A riaprire il confronto è stata la Lega, che ha rilanciato l'idea di superare gradualmente l'impianto della legge Fornero, introducendo strumenti che consentano ai lavoratori di lasciare il lavoro prima dei 67 anni, oggi previsti come età ordinaria di pensionamento. In base a quanto si apprende, l'ipotesi di uscita a 64 anni sarebbe oggetto di interlocuzioni interne tra Ministero dell'Economia, Ministero del Lavoro e uffici tecnici dello Stato, inclusi Ragioneria generale e Inps.
La linea, almeno per ora, è prudente: nessuna misura definitiva, ma uno studio tecnico per verificare l'effettiva praticabilità di eventuali interventi. Come è noto, una pensione anticipata volontaria a 64 anni è già oggi esistente, ma per una platea ristretta di lavoratori. L'idea allo studio non creerebbe - quindi - un canale completamente nuovo, ma estenderebbe e riorganizzerebbe quello attuale, ampliandone la platea e rendendolo potenzialmente accessibile anche a chi, oggi, ne è escluso.
Oltre all'accesso volontario a 64 anni, il funzionamento del nuovo (e ipotetico) canale agevolato comporterebbe:
- il calcolo dell'assegno interamente basato sul sistema contributivo;
- la riduzione dell'importo pensionistico rispetto ai sistemi più favorevoli;
- il possibile utilizzo del TFR o della previdenza complementare per integrare il reddito;
- l'introduzione di una soglia minima dell'importo dell'assegno per poter accedere all'uscita.
La questione centrale è e resta quella della "contabilità" della spesa pensionistica. Si può introdurre flessibilità senza aumentare in modo strutturale la spesa pubblica? Uno degli elementi più discussi riguarda il modo in cui viene calcolata la spesa previdenziale e, secondo fonti del Ministero del Lavoro, l'attuale rappresentazione di tale spesa sarebbe "al lordo", senza tenere pienamente conto di un elemento rilevante: una parte significativa delle somme erogate ritorna allo Stato attraverso la tassazione Irpef. Perciò l'idea politica è quella di una "operazione verità" sui numeri, che consenta di valutare la spesa netta effettiva e, potenzialmente, creare - in futuro - margini per introdurre più flessibilità in uscita. Ma è un'impostazione ancora oggetto di analisi tecnica e non tradotta in alcuna proposta normativa concreta.
Il Ministero dell'Economia mantiene una posizione cauta e attenta a valutare ogni intervento - in relazione alla sostenibilità dei conti pubblici - e a conciliare riforme con vincoli di bilancio, soprattutto in un contesto europeo caratterizzato da regole fiscali stringenti.
Oggi la pensione a 64 anni esiste già, ma con requisiti assai rigidi. È la pensione anticipata contributiva, riservata ai cosiddetti "contributivi puri", cioè a chi ha iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995. Per accedervi sono necessari:
- almeno 20 anni di contributi (versamenti obbligatori, volontari o da riscatto);
- un assegno pensionistico pari ad almeno tre volte l'assegno sociale;
- il calcolo interamente contributivo della prestazione;
- l'attesa di una finestra trimestrale.
Ebbene, l'ipotesi di riforma allo studio del Governo mira a superare questa distinzione storica tra lavoratori contributivi puri e lavoratori con sistema misto. Ricapitolando, l'obiettivo sarebbe:
- estendere la possibilità di uscita a 64 anni anche ai lavoratori oggi esclusi;
- ridurre le disparità tra carriere lavorative simili ma trattate in modo diverso;
- introdurre maggiore flessibilità nel sistema previdenziale complessivo.