Possono rappresentare una soluzione, per esempio, per chi ha lasciato il lavoro prima di aver maturato i requisiti pensionistici e vuole evitare che il periodo di inattività produca un vuoto contributivo.
Lo strumento può essere utilizzato anche in alcune situazioni particolari, tra cui:
- aspettativa non retribuita per motivi familiari o di studio;
- congedi non retribuiti per gravi motivi;
- periodi di sciopero;
- lavoro agricolo con meno di 270 giornate contributive nell'anno;
- attività part time che non consente di raggiungere una contribuzione sufficiente.
Il risultato è un sistema di versamenti che varia sensibilmente a seconda della gestione previdenziale, del reddito o della retribuzione di riferimento e, in alcuni casi, della data in cui è stata ottenuta l'autorizzazione alla prosecuzione volontaria.
Una volta ottenuta l'autorizzazione dell'INPS, non è necessario presentare una nuova domanda ogni volta che si interrompono i versamenti: la prosecuzione volontaria può essere sospesa e successivamente ripresa.
Questi gli step necessari per versare i contributi volontari:
- occorre prima ottenere l'autorizzazione dell'INPS e dimostrare di possedere determinati requisiti contributivi. È sufficiente aver maturato: almeno 5 anni di contributi, pari a 260 settimane, anche non consecutive e accumulati in qualsiasi momento della carriera; oppure almeno 3 anni di contributi, pari a 156 settimane, nell'arco dei 5 anni precedenti la domanda;
- verificare la propria situazione contributiva utilizzando il Fascicolo Previdenziale del Cittadino disponibile sul portale INPS, accedendo con SPID, CIE o CNS. Si tratta di un passaggio importante perché permette di sapere con precisione quanti contributi risultano effettivamente accreditati e se esistono periodi scoperti.
Non esiste, come si vedrà di seguito, un importo uguale per tutti. Il costo dipende dalla gestione previdenziale di appartenenza e dalla retribuzione o dal reddito utilizzato come base di calcolo. Con la circolare INPS n. 27 dell'11 marzo 2026, l'Istituto ha aggiornato gli importi di riferimento per l'anno in corso, tenendo conto della rivalutazione dell'1,4% registrata nel 2025.
Lavoratori dipendenti
Per i lavoratori dipendenti non agricoli, l'aliquota ordinaria è generalmente pari al 33% per chi è stato autorizzato alla prosecuzione volontaria dopo il 31 dicembre 1995.
Per gli autorizzati entro il 31 dicembre 1995, invece, l'aliquota resta al 27,87%.
Nel 2026 la retribuzione minima settimanale di riferimento è pari a 244,74 euro. La prima fascia di retribuzione annua oltre la quale si applica l'aliquota aggiuntiva dell'1% è fissata a 56.224 euro, mentre il massimale contributivo per i prosecutori inseriti nel sistema contributivo arriva a 122.295 euro.
Per comprendere l'ordine di grandezza, ipotizzando una retribuzione lorda annua di 30.000 euro e un'aliquota del 33%, il costo teorico di un anno intero di contribuzione è di circa 9.900 euro.
Artigiani e commercianti
Per artigiani e commercianti il sistema di calcolo è diverso.
Il versamento viene determinato sulla base di otto classi di reddito previste dalla normativa, con l'inquadramento nella classe corrispondente alla media dei redditi degli ultimi 36 mesi.
Nel 2026 le aliquote sono:
- 24% per gli artigiani;
- 24,48% per i commercianti, comprensiva dello 0,48% aggiuntivo previsto per l'indennizzo per la cessazione dell'attività commerciale.
Gestione Separata
Per chi è iscritto alla Gestione Separata INPS, il calcolo prende invece come riferimento la media dei compensi percepiti nell'anno precedente la domanda.
Nel 2026 il minimale per l'accredito contributivo è pari a 18.808 euro annui. Se il reddito è inferiore a questa soglia, l'accredito contributivo avviene in misura proporzionale.
Per i professionisti titolari di partita IVA privi di altra copertura previdenziale, con aliquota IVS del 25%, il versamento minimo indicato è di circa 391,84 euro al mese, pari a 4.702,08 euro l'anno.
Per collaboratori e figure assimilate, con aliquota del 33%, l'importo minimo è invece di circa 517,22 euro al mese, pari a 6.206,64 euro l'anno.
Qual è il vantaggio fiscale e quanto si può recuperare?
Quando si valuta il costo dei contributi volontari bisogna considerare anche il loro trattamento fiscale.
I contributi previdenziali volontari sono infatti integralmente deducibili dal reddito complessivo, senza un limite massimo di importo, secondo quanto previsto dall'articolo 10 del TUIR.
Questo significa che il costo effettivo può risultare significativamente più basso rispetto all'importo materialmente versato.
Il beneficio dipende dal reddito complessivo e, quindi, dall'aliquota marginale IRPEF applicabile.
Per esempio, su 9.900 euro di contributi:
- con un'aliquota marginale del 33%, il risparmio fiscale teorico è di circa 3.267 euro;
- con un'aliquota marginale del 43%, il risparmio teorico sale a circa 4.257 euro.
Di conseguenza, nell'esempio precedente, il costo netto dopo il beneficio fiscale potrebbe scendere rispettivamente a circa 6.633 euro o 5.643 euro.
Naturalmente si tratta di una semplificazione: il risparmio effettivo dipende dalla situazione reddituale individuale e dalla concreta applicazione dell'IRPEF.
Quando possono davvero convenire?
La convenienza non può essere stabilita guardando soltanto al costo di un anno di contributi.
Prima di versare migliaia di euro è opportuno verificare almeno quattro elementi:
- quanti contributi mancano effettivamente alla pensione;
- quale requisito pensionistico si intende raggiungere;
- quanto aumenterebbe il futuro trattamento pensionistico;
- quale sarebbe il costo effettivo dei versamenti dopo il beneficio fiscale.
La prosecuzione volontaria può diventare particolarmente interessante quando pochi mesi o pochi anni di contribuzione fanno la differenza per raggiungere un requisito pensionistico.
Al contrario, versare volontariamente per molti anni senza una valutazione preventiva del beneficio pensionistico può non essere necessariamente la scelta più conveniente.