La principale novità consiste nella modifica delle aliquote IRPEF. Questo cambiamento mira a ridurre la pressione fiscale sui redditi medi. Attualmente, per chi percepisce un reddito fino a 28.000 euro, l'aliquota rimane fissata al 23%, con un esborso massimo che non supera i 6.440 euro. Il vero cambiamento, però, riguarda la fascia intermedia. Per i redditi compresi tra i 28.000 e i 50.000 euro, l'aliquota è stata ridotta dal 35% al 33%. Oltre la soglia dei 50.000 euro, il prelievo sale drasticamente al 43%.
Tra gli strumenti volti a ridurre l’impatto della pressione fiscale figurano le agevolazioni per chi produce reddito da lavoro dipendente o da pensione. Nel 2026, il sistema è stato armonizzato per proteggere la cosiddetta no tax area, ovvero quella soglia di reddito entro la quale non sono dovute imposte grazie all'incidenza delle detrazioni base. Per i lavoratori dipendenti con redditi minimi, la detrazione rimane stabile a 1.955 euro, garantendo una protezione fondamentale per i salari più bassi.
Tuttavia, la complessità emerge nel passaggio verso i redditi medi. Tra i 28.000 e i 50.000 euro di guadagno annuo, assistiamo al fenomeno del decalage, ovvero una riduzione progressiva e lineare dello sconto fiscale che tende ad annullarsi al raggiungimento della soglia superiore. Questo meccanismo implica che ogni incremento salariale in questa fascia non solo viene tassato in misura maggiore, ma riduce simultaneamente la quota di detrazione spettante, aumentando di fatto il peso fiscale reale su ogni euro in più guadagnato. Per i pensionati, specialmente quelli che hanno superato i 75 anni, il legislatore ha scelto una linea più morbida, estendendo la protezione della no tax area per preservare il potere d'acquisto della terza età.
Ulteriori cambiamenti anche per il meccanismo dei carichi familiari. Con l'introduzione definitiva dell'Assegno Unico Universale, la classica detrazione per i figli di età inferiore ai 21 anni non rientra più nel Modello 730. Per loro, il sostegno economico dello Stato arriva tramite un bonifico diretto mensile dell'INPS e non più come sconto sulle tasse in sede di dichiarazione. Inoltre, per poter scaricare le spese mediche o scolastiche è essenziale che i figli siano indicati tra i familiari a carico.
Per i figli di età compresa tra i 21 e i 30 anni rimane attiva la detrazione ordinaria di 950 euro, a patto che non superino determinati limiti di reddito personale. Nello specifico, il limite è fissato a 4.000 euro per chi non ha ancora compiuto 24 anni e scende a poco più di 2.840 euro per chi si trova nella fascia successiva.
La maggiore novità riguarda però gli over 30. Salvo i casi di disabilità, per i figli che hanno superato la soglia dei 30 anni non è più possibile beneficiare della detrazione forfettaria per carichi di famiglia, una scelta normativa volta a incentivare l'indipendenza economica, ma che rappresenta un onere aggiuntivo per i nuclei familiari che ancora sostengono figli impegnati in lunghi percorsi di studi.
Per chi possiede un reddito superiore ai 75.000 euro, è previsto un tetto massimo alle spese detraibili al 19%. Questo limite si basa su un importo fisso che viene moltiplicato per determinati coefficienti legati alla numerosità del nucleo familiare. Un contribuente senza figli, ad esempio, vedrà il proprio massimale di spesa dimezzato, mentre chi ha tre o più figli potrà sfruttare l'intero tetto disponibile. Questo sistema penalizza chiaramente i contribuenti con redditi alti e nuclei familiari ridotti.
Tuttavia, il legislatore ha previsto delle eccezioni fondamentali per tutelare i diritti primari. Rimangono infatti escluse da questo calcolo restrittivo le spese sanitarie, che comprendono farmaci, visite specialistiche e dispositivi medici, così come gli interessi passivi sui mutui per l'acquisto della prima casa e tutte le spese legate alla gestione della disabilità. Queste voci restano pienamente detraibili secondo le regole ordinarie, indipendentemente dal reddito complessivo del dichiarante.
Con riferimento alle ristrutturazioni edilizie, vengono consolidati i bonus, con una distinzione netta basata sulla destinazione dell'immobile. Per l'abitazione principale, il diritto alla detrazione rimane fissato al 50% su un tetto di spesa di 96.000 euro, permettendo di recuperare fino a 48.000 euro nell'arco di un decennio.
La situazione cambia per le seconde case, dove l'aliquota di detrazione scende al 36%. Pur mantenendo lo stesso massimale di 96.000 euro, il risparmio d'imposta totale si riduce a circa 34.000 euro. Questa differenza evidenzia la volontà del legislatore di privilegiare la tutela dell'abitazione principale rispetto agli investimenti immobiliari secondari.
Un aspetto imprescindibile è la tracciabilità dei pagamenti. Quasi tutte le spese che danno diritto a una detrazione del 19% devono essere effettuate tramite strumenti che lascino una traccia digitale, come bonifici, carte di credito o bancomat. Il pagamento in contanti presso un professionista privato, pur in presenza di regolare fattura, comporta la perdita irrimediabile del beneficio fiscale. Le uniche eccezioni riguardano le farmacie e le prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Nazionale.
Data la complessità delle nuove norme e l'aggressività dei controlli automatizzati, il ricorso alla dichiarazione precompilata è consigliato solo per le situazioni più semplici. Quando il quadro fiscale si arricchisce di bonus edilizi, carichi familiari complessi o redditi elevati, è preferibile rivolgersi a un intermediario abilitato per l'apposizione del visto di conformità. Tale certificazione funge da garanzia, attestando che i dati indicati corrispondono alla documentazione in possesso del contribuente e mettendo quest'ultimo al riparo da sanzioni pecuniarie in caso di future verifiche da parte del Fisco.