In pratica, se un genitore lascia ai figli un patrimonio complessivo di 300.000 euro tra conti correnti e immobili, il Fisco aggiunge automaticamente altri 30.000 euro, presumendo che questa cifra fosse custodita in casa sotto forma di contanti o oggetti di valore, indipendentemente dal fatto che questi beni esistano davvero. Questo automatismo non riguarda le somme depositate in banca, ma si applica esclusivamente a ciò che si presume fosse fisicamente presente nell'abitazione.
Perché non conviene affidarsi solo al buon senso
Il punto più delicato riguarda l'assenza di qualsiasi soglia di tolleranza: non esiste un importo minimo sotto il quale la dichiarazione possa essere omessa senza conseguenze. Anzi, capita spesso che l'automatismo del 10% porti a tassare somme superiori a quelle realmente rinvenute in casa, semplicemente perché il calcolo è agganciato al valore complessivo del patrimonio e non alla situazione reale dell'abitazione.
Anche quando gli eredi indicano correttamente le somme trovate, se queste risultano inferiori alla quota presunta, l'Agenzia delle Entrate applica comunque la percentuale fissa, salvo che venga dimostrato il contrario con una procedura specifica. È un aspetto che sorprende molte famiglie, convinte che una dichiarazione onesta e verificabile basti da sola a mettersi in regola.
Come dimostrare la reale consistenza dei beni: l'inventario
Per superare questa presunzione e pagare le imposte solo su ciò che effettivamente esiste, la legge mette a disposizione degli eredi uno strumento preciso: l'inventario analitico dei beni.
Non è sufficiente una semplice autocertificazione firmata dagli eredi: il documento deve essere redatto da un notaio o da un cancelliere del tribunale, deve essere formalmente collegato all'accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario e deve elencare in modo dettagliato ogni singolo bene rinvenuto nell'abitazione del defunto, dai contanti agli oggetti preziosi, fino a mobili e quadri di valore.
Se dall'inventario emerge che in casa non c'era nulla, o che il valore reale era inferiore al 10% presunto, gli eredi potranno versare le imposte di successione calcolate sulla base della situazione effettiva, e non su quella stimata dal Fisco. Si tratta di un passaggio che richiede tempo e un minimo di spesa notarile, ma che può fare una differenza economica significativa, soprattutto quando il patrimonio complessivo è consistente.
La franchigia per i figli e quando davvero si paga
C'è comunque un aspetto che tranquillizza molte famiglie: quando gli eredi sono i figli del defunto, la normativa prevede una franchigia di un milione di euro per ciascun erede, entro la quale non è dovuta alcuna imposta di successione. Questo significa che, se il patrimonio ereditato, comprensivo anche della quota presunta del 10%, non supera questa soglia, il figlio non dovrà versare nulla al Fisco.
Solo quando la somma tra beni dichiarati e presunzione automatica supera il milione di euro, si applica un'imposta del 4% sulla parte eccedente. Prima di allarmarsi per l'automatismo del 10%, è quindi molto importante verificare l'entità complessiva del patrimonio: nella maggior parte dei casi, specie tra genitori e figli, la franchigia assorbe interamente anche la quota presunta, rendendo l'intera questione più teorica che pratica.