Alla base di questo squilibrio incidono ancora forti stereotipi di genere, che associano gli uomini a una maggiore capacità di gestire risorse economiche e investimenti. Pregiudizi che influenzano bambine e ragazze fin dai primi anni di scuola, contribuendo a ridurre la fiducia nelle proprie competenze matematiche e finanziarie.
Anche il contesto familiare gioca un ruolo decisivo. L’indagine “Alfabetizzazione finanziaria e competenze di finanza digitale dei giovani”, realizzata dalla Banca d'Italia nel 2023 su circa 5.400 giovani tra i 18 e i 34 anni, evidenzia che quasi il 40% degli intervistati non parla mai di denaro in famiglia e prova disagio nell’affrontare temi legati alla finanza. La mancanza di dialogo e confronto limita, infatti, le occasioni di apprendimento informale e contribuisce a consolidare fragilità che emergono già durante il percorso scolastico.
A confermarlo sono anche i dati OCSE-Pisa: gli adolescenti italiani ottengono 484 punti in alfabetizzazione finanziaria, al di sotto della media Ocse di 498. Un divario che non nasce all’università o con l’ingresso nel mondo del lavoro, ma molto prima, attraverso la costruzione delle percezioni di sé, i modelli educativi di riferimento e la distribuzione dei ruoli all’interno della famiglia e della società.
Alla luce di tale quadro la senatrice Elena Murelli, prima firmataria del disegno di legge AS 763, propone di obbligare i datori di lavoro ad accreditare gli stipendi esclusivamente su conti intestati ai singoli lavoratori.
Come spiega la senatrice a Parlamento 24, dal 2018 i datori di lavoro sono già tenuti a corrispondere gli stipendi tramite strumenti tracciabili, come bonifici bancari. Tuttavia, la normativa attuale non specifica che il pagamento debba avvenire su un conto personale del dipendente.
Questo consente ancora l’utilizzo di conti cointestati, situazione che può favorire forme di dipendenza economica e contribuire al cosiddetto “gender gap finanziario”. In alcuni casi, infatti, il reddito della lavoratrice può essere gestito o controllato dal partner o dal coniuge.
Secondo Murelli, il problema non riguarda solo le donne, ma più in generale la tutela dei lavoratori, toccando anche temi come il contrasto al caporalato. Per questo il disegno di legge punta a introdurre l’obbligo di versare il salario esclusivamente su conti correnti intestati al lavoratore o alla lavoratrice.
Si rammenta, inoltre, che il Consiglio dei Ministri del 5 febbraio 2026 ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva europea 2023/970, sulla trasparenza retributiva e sulla parità salariale tra donne e uomini. L’obiettivo del provvedimento è rafforzare l’applicazione del principio della stessa retribuzione per lavori uguali o di pari valore, introducendo nuovi strumenti di trasparenza e tutela contro le discriminazioni salariali.
“La misura approvata dal Consiglio dei Ministri – ha dichiarato la ministra del Lavoro Marina Calderone – rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà essere ulteriormente migliorato nel confronto parlamentare e con le parti sociali, perché valorizzare il talento di tutte e tutti è essenziale per un mercato del lavoro moderno e inclusivo”.
Il decreto si applica ai datori di lavoro pubblici e privati e coinvolge, salvo alcune eccezioni, tutti i lavoratori subordinati, inclusi dirigenti e dipendenti a tempo determinato. Alcune disposizioni riguardano anche i candidati in fase di selezione. Tra le novità principali, gli annunci di lavoro dovranno indicare la retribuzione iniziale o la fascia salariale prevista, mentre ai datori di lavoro sarà vietato chiedere informazioni sugli stipendi percepiti in precedenti esperienze lavorative.
Nel rispetto della normativa sulla privacy, i lavoratori avranno il diritto di conoscere i criteri utilizzati per determinare il proprio stipendio e di accedere ai livelli retributivi medi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, con dati distinti per genere. Le aziende potranno anche fornire queste informazioni in maniera proattiva.
Il testo chiarisce inoltre i concetti di “stesso lavoro” e “lavoro di pari valore”, definendoli attraverso criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere. La contrattazione collettiva viene indicata come riferimento principale per la classificazione professionale e salariale. Se dovesse emergere un divario retributivo di genere pari o superiore al 5% e non adeguatamente giustificato, il datore di lavoro sarà tenuto a motivarlo e ad avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e con l’Ispettorato del lavoro, al fine di individuare misure correttive.
Le imprese con almeno 100 dipendenti dovranno trasmettere periodicamente dati specifici sulla trasparenza salariale. Per le aziende più piccole, fino a 49 dipendenti, le modalità di comunicazione dei dati retributivi aggregati saranno, invece, definite con un successivo decreto del Ministero del Lavoro, così da evitare oneri eccessivi e garantire al tempo stesso la tutela della privacy nei contesti lavorativi di dimensioni ridotte.
Il provvedimento prevede, infine, l’istituzione di un organismo di monitoraggio presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, incaricato di vigilare sull’attuazione della normativa e di rafforzare le tutele giudiziarie per i lavoratori vittime di discriminazione salariale.