La Corte sottolinea che la famiglia può permettersi il pagamento della cifra in questione e, inoltre, la stessa possibilità di studiare in un Università lontano da casa è stata concessa al fratello, anch'egli mantenuto dai genitori. Per gli Ermellini negare questo diritto sarebbe considerato un atto discriminatorio privo di giustificazione alcuna.
Una ragazza è costretta a rivolgersi al Tribunale perché condanni i genitori al pagamento di una somma mensile apri a 2.600 euro, necessari per potersi mantenere all'università, oltre eventuali spese straordinarie. I giudici accolgono la richiesta, condannando la famiglia a pagare la somma di 1.400 euro e la restituzione delle spese pregresse sostenute dalla ragazza.
La decisione viene appellata dai genitori ma, la difesa, non riesce a dimostrare l'esosità delle spese sostenute a fronte della prova da parte della resistente delle tasse universitarie e del canone di locazione dell'immobile situato vicino all'Università. Inoltre, lo stile di vita condotto dalla figlia non si discosta dal tenore di quello della famiglia, proprietaria di tre società di vigilanza e diversi altri immobili. Per la Corte inoltre, è fondamentale non dimenticare che le richieste della ragazza non sono diverse da quelle che in precedenza la famiglia aveva sostenuto per il fratello.
Non diversa la risposta degli Ermellini che respingono il ricorso della famiglia, per i Giudici: la motivazione della Corte è congrua alle prove presentate da ambi le parti. Difatti, alla luce delle prove che sono state acquisite, vagliata la solidità delle imprese di famiglia, la consistenza dei conti correnti e i redditi derivanti dalle varie proprietà, l'assegno di 1.400 euro a titolo di mantenimento che è stato riconosciuto alla figlia non è suscettibile di alcun ricalcolo. Inoltre, per evitare ogni discriminazione è stata anche effettuata una valutazione equitativa con le spese che sono state sostenute dai genitori negli anni precedenti per il figlio, non dissimili da quanto richiesto dalla sorella.