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Figli, ora rischi di perderli se l'ambiente in cui crescono li danneggia e li fa soffrire: nuova sentenza di Cassazione

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Figli, ora rischi di perderli se l'ambiente in cui crescono li danneggia e li fa soffrire: nuova sentenza di Cassazione
Nelle controversie sulla responsabilità genitoriale, il parametro centrale resta l’interesse concreto del minore e la necessità di proteggerne lo sviluppo psicofisico
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito che avevano dichiarato una madre decaduta dalla responsabilità genitoriale nei confronti dei suoi due figli, ritenendo che le condizioni personali e il contesto familiare nel quale i bambini vivevano fossero gravemente pregiudizievoli per il loro sviluppo.

A stabilirlo, nella specie, è la Corte di Cassazione, Sezione I civile, con la sentenza n. 24860, depositata il 31 agosto 2026, che ha rigettato il ricorso proposto dalla madre.

La vicenda riguarda due gemelli, entrambi interessati da problematiche neuropsichiatriche e descritti nel corso del procedimento come particolarmente sofferenti. La situazione familiare è stata esaminata attraverso le relazioni dei servizi sociali, gli accertamenti compiuti nei precedenti gradi di giudizio e la consulenza tecnica d’ufficio, successivamente aggiornata.
Particolare rilievo è stato attribuito alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio in merito alle condizioni personali e relazionali della madre.
Nella sentenza viene riportato che il CTU aveva evidenziato «le gravi e patologiche criticità del profilo personologico» della donna, descrivendone la personalità come «fortemente nociva al sano sviluppo psicofisico dei bambini», caratterizzata, secondo la consulenza, da «un delirio di onnipotenza» e da una «assoluta propria deresponsabilizzazione».
Si tratta di espressioni particolarmente forti, che devono tuttavia essere ricondotte al loro preciso contesto: sono valutazioni contenute nella consulenza tecnica richiamata dai giudici di merito e non costituiscono una diagnosi autonomamente formulata dalla Corte di Cassazione.
Il CTU aveva inoltre evidenziato, secondo quanto riportato nella decisione, l’impossibilità per il padre di relazionarsi da tempo con i figli, attribuendo tale situazione al «grave comportamento materno».
La Corte d’Appello aveva quindi valutato queste conclusioni insieme alle altre risultanze processuali, ritenendo che la situazione nella quale si trovavano i minori non potesse essere ulteriormente protratta.

Uno dei passaggi più significativi della decisione riguarda il confronto tra due possibili fonti di pregiudizio: da un lato, la sofferenza derivante dall’allontanamento dei bambini dalla madre e dall’ambiente nel quale avevano vissuto; dall’altro, il danno che sarebbe potuto derivare dalla prosecuzione della situazione familiare esistente.
La Corte d’Appello, richiamando le conclusioni del CTU, aveva ritenuto che la disfunzionalità familiare fosse «notevolmente più dannosa» rispetto alla sofferenza che avrebbe potuto derivare dal distacco dalla madre.
Secondo i giudici di merito, infatti, la prosecuzione della convivenza avrebbe potuto determinare un pregiudizio maggiore per i bambini, incidendo negativamente sul loro sviluppo.
Da qui la necessità, ritenuta urgente, di intervenire sulla situazione familiare e di collocare temporaneamente i minori in una struttura terapeutico-assistenziale, affidandoli ai servizi sociali.
La Corte d’Appello aveva ritenuto che la situazione imposta dalla madre fosse stata fonte di sofferenza per i minori e avesse prodotto un pregiudizio tale da determinare una regressione anziché favorire il sano sviluppo psicofisico dei bambini.


Un elemento decisivo nella valutazione giudiziaria è stato rappresentato dalle condizioni dei due bambini.
Entrambi presentavano problematiche neuropsichiatriche e, secondo quanto emerge dagli accertamenti richiamati nella sentenza, si trovavano in una condizione di particolare sofferenza.
Il CTU aveva evidenziato come le caratteristiche personali della madre e il contesto nel quale i minori vivevano potessero privarli di esperienze ritenute importanti per il loro sviluppo, condizionando significativamente la crescita delle loro capacità individuali.
La valutazione, dunque, non si è limitata a prendere in considerazione il comportamento dei genitori in astratto, ma ha riguardato le conseguenze concrete che la situazione familiare avrebbe prodotto sui bambini.


Ma nella ricostruzione operata dai giudici è stato esaminato anche il profilo del padre.
La consulenza tecnica lo aveva descritto come caratterizzato da una «buona tenuta dell’Io» e da «funzioni cognitive valide».
Il rapporto tra il padre e i figli rappresentava, tuttavia, uno degli aspetti problematici della vicenda. Secondo quanto accertato nel procedimento, infatti, l’uomo non riusciva da tempo a relazionarsi con i bambini. Anche questo elemento è stato inserito dai giudici nella valutazione complessiva delle dinamiche familiari e della situazione di pregiudizio nella quale si trovavano i minori.

La decisione della Suprema Corte, tuttavia, va letta tenendo conto dei limiti propri del giudizio di cassazione.
La Corte non ha effettuato una nuova perizia sulla madre né ha riesaminato direttamente l’intera vicenda familiare. Ha verificato, invece, se la Corte d’Appello avesse applicato correttamente le norme e se la sua decisione fosse sorretta da una motivazione giuridicamente adeguata. La Cassazione ha sottolineato che la decisione dei giudici di merito non si fondava esclusivamente sulla consulenza tecnica, ma su una pluralità di elementi, tra cui le relazioni dei servizi sociali, i comportamenti tenuti nel corso del procedimento e gli accertamenti compiuti dal CTU.


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