L'ateneo etneo ha modificato il proprio regolamento interno per includere la dismenorrea severa e le altre patologie mestruali invalidanti, purché certificate da un medico, tra le condizioni che danno diritto allo status di "studente in situazione di difficoltà". Non si tratta di una semplice dichiarazione di intenti: la delibera, passata sia dal Senato Accademico sia dal Consiglio d'Amministrazione, ha effetti concreti sulla vita quotidiana delle studentesse.
Chi soffre di dolori così forti da non riuscire a seguire lezioni, laboratori, seminari, tirocini o altre attività obbligatorie potrà infatti chiedere una riduzione dell'obbligo di frequenza, calcolata comunque entro i limiti fissati dal regolamento stesso, in modo da non compromettere il percorso formativo. A questo si aggiunge la possibilità di sostenere gli esami in appelli straordinari, pensati apposta per chi, a causa del dolore, non è riuscito a presentarsi nelle sessioni ordinarie, oltre a un ventaglio di attività di supporto didattico dedicate.
Catania si colloca così tra i primissimi atenei italiani ad aver formalizzato questo tipo di tutela, in un panorama nazionale dove iniziative simili restano ancora piuttosto isolate e frammentarie.
Il vuoto normativo e la proposta Furfaro alla Camera
Se a livello locale qualcosa si muove, a livello nazionale il quadro resta invece incompleto: in Italia non esiste ancora una legge organica sul congedo mestruale, né per le studentesse né per le lavoratrici. È proprio per colmare questa lacuna che lo scorso 31 ottobre è stata depositata alla Camera dei Deputati la proposta di legge n. 1523, a prima firma del deputato Marco Furfaro (Partito Democratico).
Il testo parte da un dato clinico spesso sottovalutato: la dismenorrea severa colpisce, secondo le stime citate nella proposta, tra il 5% e il 15% delle donne, con un'intensità del dolore tale da impedire, nei giorni più critici, qualsiasi attività quotidiana, compreso naturalmente lo studio. Per rispondere a questa esigenza, il provvedimento prevede fino a tre giorni di assenza al mese che non verrebbero conteggiati ai fini del monte ore di frequenza obbligatoria, a condizione che la patologia sia attestata da una certificazione medica da rinnovare ogni anno.
Le ricadute sul mondo del lavoro e i nodi ancora aperti
La proposta Furfaro non si ferma però all'ambito universitario, ma guarda anche al contesto lavorativo, cercando di garantire una tutela coerente lungo tutto il percorso di vita delle donne. Per le lavoratrici con patologia mestruale certificata, il testo prevede infatti fino a tre giorni di astensione retribuita al mese, con retribuzione piena al 100% e contribuzione figurativa integrale, senza che questi giorni vengano equiparati alla normale malattia comune, così da non incidere sul computo dei periodi di comporto.
Sul piano dei conti pubblici, la relazione tecnica allegata al provvedimento stima un costo per lo Stato di circa 10 milioni di euro l'anno, una cifra che i promotori ritengono sostenibile rispetto ai benefici in termini di salute e di parità sostanziale. Il percorso parlamentare, tuttavia, è ancora agli inizi: la proposta attende infatti la calendarizzazione nelle commissioni competenti, prima di poter proseguire il proprio iter.
Non mancano, del resto, le voci critiche: da un lato c'è chi teme ricadute organizzative per le aziende, soprattutto le più piccole; dall'altro c'è il rischio, più volte segnalato, che il riconoscimento del congedo possa alimentare uno stigma sociale nei confronti delle donne, magari scoraggiandone le assunzioni. Per provare ad arginare questo rischio, chi ha presentato il testo punta su campagne informative mirate, capaci di spiegare che si tratta di una tutela sanitaria e non di un privilegio.
Un tema destinato a crescere
L'esperienza di Catania dimostra che, anche in assenza di una legge nazionale, i singoli atenei possono muoversi in autonomia per tutelare la salute delle studentesse. Resta però il nodo di fondo: senza una norma strutturale, il rischio è quello di una tutela a macchia di leopardo, che dipende dalla sensibilità del singolo ateneo o del singolo datore di lavoro.
La proposta depositata alla Camera prova proprio a superare questo limite, offrendo una cornice comune valida su tutto il territorio nazionale. Il dibattito, del resto, non riguarda soltanto la sfera sanitaria: tocca temi più ampi come la parità di genere, l'organizzazione del lavoro e lo studio, e il modo in cui la società guarda al corpo femminile e ai suoi bisogni concreti, spesso rimasti a lungo invisibili nelle norme e nelle prassi istituzionali.