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Gatti randagi, ora puoi accudirli senza rischiare una denuncia anche se sporcano il giardino del vicino: nuova sentenza

Gatti randagi, ora puoi accudirli senza rischiare una denuncia anche se sporcano il giardino del vicino: nuova sentenza
Una pronuncia destinata a far discutere migliaia di volontari che ogni giorno si prendono cura delle colonie feline in tutta Italia. La Cassazione chiarisce fino a dove arriva la responsabilità di chi nutre i gatti randagi, ribaltando la decisione di un Tribunale di merito
Il caso riguarda una donna che da anni si occupava di alimentare e accudire una colonia di gatti randagi, arrivando anche a farli sterilizzare e curare presso un veterinario. Proprio questo impegno costante si è ritorto contro di lei: secondo l'accusa, prendersi cura dei gatti equivaleva ad assumerne la custodia e, quindi, a rispondere anche delle conseguenze del loro stazionamento in un'area residenziale.

Il Tribunale aveva condiviso questa impostazione, condannando la donna per il reato di "getto pericoloso di cose", previsto e punito dall'art. 674 del c.p., norma che sanziona chi getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di uso comune o altrui, sostanze idonee a imbrattare o molestare le persone. Il presunto disturbo? I gatti avevano preso l'abitudine di stazionare nel giardino della vicina di casa, e le loro deiezioni e i conseguenti cattivi odori avrebbero compromesso la vivibilità dell'abitazione.

La Cassazione ribalta tutto: due forzature del Tribunale

La Cassazione, con la sentenza n. 27109/2026, smonta punto per punto il ragionamento dei giudici di merito, individuando due forzature evidenti. La prima riguarda proprio il luogo in cui si sarebbe consumato il reato: le deiezioni si trovavano nel giardino della vicina di casa, uno spazio esclusivamente privato e non di uso comune o altrui, quindi estraneo a quelli espressamente previsti dalla norma. Questo elemento, da solo, basterebbe già a far cadere l'accusa. Ma il cuore della pronuncia va oltre l'aspetto procedurale e affronta il tema più delicato, quello della cosiddetta posizione di garanzia.

Il Tribunale aveva ritenuto che la donna, nutrendo e curando i gatti, avesse assunto un obbligo giuridico di impedire che la loro presenza arrecasse disturbo a terzi, trasformando così una condotta puramente volontaria in una responsabilità di tipo omissivo. Per la Cassazione, invece, questo automatismo non regge: una responsabilità per omissione può sussistere solo in presenza di un obbligo giuridico effettivo, che nel caso della donna semplicemente non esisteva.

Perché nutrire i gatti non significa diventarne custodi

Il punto centrale della decisione, quello più utile a chi si occupa quotidianamente di colonie feline, riguarda proprio la definizione di custodia. Secondo i giudici, nutrire, curare o far sterilizzare dei gatti randagi non equivale automaticamente ad assumerne la custodia. Per configurare una responsabilità di questo tipo servirebbe una relazione qualificata di detenzione o custodia, tale da rendere l'animale concretamente riconducibile alla sfera di controllo di chi se ne prende cura.

La colonia felina, ricorda la Cassazione, è per sua stessa definizione composta da animali che vivono in libertà, e questa condizione resta tale anche quando qualcuno decide di prendersene cura in modo spontaneo e volontario. Diverso, sottolinea la Corte, è il discorso relativo ai cani, per i quali la giurisprudenza è molto più severa nell'attribuire responsabilità a chi li detiene: la differenza sta nel fatto che il gatto non è considerato animale pericoloso in astratto ai sensi dell'art. 672 del c.p., norma che disciplina l'omesso impedimento di fatti dannosi causati da animali. Mancando questo presupposto normativo, non può nascere in capo a chi accudisce i gatti alcun obbligo specifico di controllo finalizzato a prevenire un pericolo.

Cosa cambia per chi si occupa di colonie feline

Le conseguenze pratiche di questa sentenza sono rilevanti per l'enorme platea di volontari e "gattare" che, in Italia, si occupano quotidianamente delle colonie feline, spesso temendo ripercussioni legali per il solo fatto di prendersene cura. La Cassazione chiarisce in modo netto che chi nutre e accudisce volontariamente una colonia felina non diventa - per questo solo fatto - proprietario, detentore o custode dei gatti, e non assume quindi alcuna posizione di garanzia rispetto ai loro comportamenti.

Un principio che tutela concretamente chi dedica tempo ed energie alla cura degli animali randagi, evitando che un gesto di solidarietà si trasformi in un rischio penale. La pronuncia annulla senza rinvio la sentenza impugnata, stabilendo che il fatto non sussiste, e riporta la questione a un principio di equilibrio tra il valore sociale del volontariato animalista e i diritti dei terzi, senza però caricare i primi di responsabilità che non competono loro.

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