Le soglie che fanno scattare la segnalazione
La comunicazione all'Agenzia delle Entrate non riguarda tutti indistintamente, ma i parametri per restare fuori dai controlli sono piuttosto stretti. Basta superare, nel corso di un anno solare e su una singola piattaforma, uno solo tra due limiti: 30 operazioni di vendita o incasso completate, oppure corrispettivi complessivi superiori a 2.000 euro. Non serve raggiungere entrambe le soglie. Uno streamer che riceve 40 micro-donazioni da 5 euro l'una, per un totale di appena 200 euro, viene comunque segnalato, avendo superato il numero di operazioni annue, anche se l'importo resta modesto.
La direttiva DAC7
La base giuridica di questo automatismo è la direttiva europea nota come DAC7, entrata a far parte dell'ordinamento interno attraverso il d.lgs. n. 32/2023. Da quella norma discende, per i gestori delle piattaforme digitali, l'onere di raccogliere i dati fiscali dei propri utenti attivi e di inoltrarli, con cadenza annuale e termine fissato al 31 gennaio, all'amministrazione finanziaria del Paese di residenza. Rientrano nel perimetro applicativo colossi come YouTube e TikTok, ma anche altre realtà quali Patreon, Substack o Vinted. In vigore dal 31 gennaio 2024, l'obbligo copre i compensi maturati nei 12 mesi precedenti da soggetti residenti nell'Unione Europea. Prima di questa riforma il Fisco doveva attivare richieste mirate caso per caso; oggi, invece, riceve ed elabora un flusso di informazioni già pronto all'uso.
Cosa contiene il dossier trasmesso al Fisco
Le informazioni che le piattaforme trasmettono sono piuttosto precise. Vi rientrano gli elementi anagrafici del creator, dal nome al codice fiscale o partita Iva, passando per residenza e data di nascita, accanto alle coordinate del conto su cui transitano i compensi, che si tratti di un Iban ordinario o di uno strumento come PayPal, Stripe o Revolut, wallet digitali inclusi. Non mancano poi i proventi lordi, ripartiti per trimestre, con l'indicazione di trattenute o commissioni già applicate dal gestore. Chi rifiuta di aggiornare questi dati va incontro alla sospensione dell'account, con il blocco dei fondi accumulati finché la posizione non risulta regolarizzata.
Gift e prodotti in omaggio: anche questi sono reddito
Un profilo spesso trascurato dai creator riguarda i compensi corrisposti in beni anziché in denaro, ovvero capi d'abbigliamento, dispositivi elettronici, soggiorni offerti in cambio di contenuti promozionali. Questi costituiscono reddito, da valutare al valore normale di mercato, alla stregua di un fringe benefit o di un compenso professionale. Quando la piattaforma traccia la spedizione o intermedia l'accordo, questi flussi possono confluire nei controlli incrociati insieme ai compensi in denaro.
La soglia dei 5.000 euro
Molti influencer sono convinti che sotto i 5.000 euro annui non ci sia alcun obbligo dichiarativo, né la necessità di aprire la partita Iva. Quella soglia, in realtà, riguarda esclusivamente la franchigia contributiva Inps prevista per le prestazioni occasionali di lavoro autonomo, non la disciplina fiscale dei redditi. Per il Fisco, l'obbligo di partita Iva non dipende dall'importo incassato, ma dal carattere di abitualità e continuità dell'attività svolta. Chi pubblica con regolarità, gestisce un canale a pagamento su base mensile o percepisce compensi ricorrenti da inserzioni pubblicitarie esercita, per definizione, un'attività continuativa: la partita Iva diventa obbligatoria fin dal primo euro incassato.
Tre esiti possibili
Una volta acquisiti i dati trasmessi dalle piattaforme, l'amministrazione finanziaria li confronta in via automatica con quanto risulta dal modello 730 o dal modello Redditi persone fisiche del contribuente. Il raffronto produce tre possibili esiti.
Il creator professionista che fattura regolarmente i propri incassi, con importi allineati a quanto comunicato dalle piattaforme, non riceve alcuna contestazione. La segnalazione DAC7 funge in questo caso da semplice riscontro formale.
Se la partita Iva esiste, ma gli importi dichiarati risultano inferiori a quelli comunicati dalle piattaforme, parte la lettera di compliance, con l’invito a chiarire la discrepanza o a regolarizzarla spontaneamente tramite ravvedimento operoso, versando le imposte dovute con sanzioni ridotte.
La situazione più delicata riguarda i creator che incassano compensi ricorrenti senza aver mai aperto una posizione fiscale. In questi casi l'Agenzia delle Entrate contesta l'esercizio abusivo di attività d'impresa o professionale.
Conti esteri e obbligo del quadro RW
Buona parte delle piattaforme e degli intermediari di pagamento utilizzati dai creator ha sede legale fuori dai confini italiani, spesso negli Stati Uniti o in Paesi europei come Irlanda, Lussemburgo e Lituania. Quando la DAC7 fa emergere disponibilità detenute su conti o wallet esteri, l'amministrazione finanziaria ne approfitta per controllare anche la correttezza degli adempimenti relativi al monitoraggio fiscale. Chi detiene somme all'estero senza compilare il quadro RW nella dichiarazione dei redditi si espone a sanzioni ulteriori, comprese tra il 3% e il 15% degli importi non dichiarati.
Quanto costa restare fuori regola
Quanto rischia, in concreto, chi viene scoperto con redditi digitali mai dichiarati? Il capitolo previdenziale si apre con l'iscrizione d'ufficio alla Gestione separata Inps: ne consegue il recupero dei contributi non versati, quantificabili attorno al 26% dei compensi percepiti, a cui si aggiungono le sanzioni civili per il ritardato pagamento. Sul fronte tributario, il nodo centrale è recuperare Irpef e Iva rimaste inevase, quantificate sulla base di quanto emerge dall'accertamento. A questo si affianca una sanzione per omessa dichiarazione compresa fra il 120% e il 240% dell'imposta dovuta, salve le ipotesi in cui la norma preveda un importo fisso.
Come regolarizzare la propria posizione
Chi negli anni passati ha incassato compensi digitali senza dichiararli ha ancora un margine di manovra, a patto di muoversi prima del Fisco. Aspettare la notifica dell'irregolarità significa subire per intero sanzioni e interessi. Anticipare la mossa, al contrario, permette di recuperare lo storico dei pagamenti — il cosiddetto payout history messo a disposizione da ciascuna piattaforma — e di accedere al ravvedimento operoso, riducendo le sanzioni amministrative a percentuali minime rispetto al dovuto per legge. Per chi punta a proseguire l'attività in modo strutturato, resta preferibile l'apertura di una partita Iva in regime forfettario, che applica un'imposta sostitutiva del 5% nei primi cinque anni e del 15% negli anni seguenti.